E-sport: è il momento di cominciare a fare Videogame Education

Oggi, nel consueto spazio dedicato alla psicologia degli e-sport, tratteremo un tema un po’ più educativo, ovvero quello della sensibilizzazione a tale disciplina.

Ma andiamo per gradi: negli ultimi anni gli e-sport si stanno sempre più affermando come disciplina competitiva, tanto da far pronunciare addirittura il CONI in merito al riconoscimento di questi ultimi in quanto pratica sportiva o meno. Senza entrare nel merito di una diatriba complessa, che sta assumendo sempre più sfumature grottesche (ma che potete approfondire cliccando qui), vogliamo discutere sul perché quello che è l’organo di riferimento sportivo nel nostro paese abbia scelto di non ammettere i giochi elettronici competitivi tra gli sport, sebbene questi abbiamo tutte le caratteristiche in regola per entrare a farvi parte.

Il problema evidenziato da tale tematica, che sarà dibattuta ad alti livelli nei tribunali, in realtà trova riscontro anche tra le idee della gente comune: lo sport fa bene, i videogiochi no. Ancora attanagliati dalla forte corrente di stereotipi anni 90 (poiché nati in concomitanza con le prime console casalinghe) i videogame sono visti dalle masse come strumenti che:

  1. fomentano comportamenti violenti,
  2. isolano,
  3. ipnotizzano e deattivano l’attività cerebrale (portando poi a possibili dipendenze)

Senza contare i rischi per la salute che spesso vengono correlati come ad esempio sedentarietà, postura errata, problemi alla vista… E poco importa se numerose ricerche hanno attestato che non vi sia nessun collegamento diretto tra comportamenti violenti e utilizzo di videogiochi, o se il gaming ad oggi è uno dei principali fattori di socializzazione, o se i giochi elettronici sono un ottimo esercizio per tener sveglio e attivo il cervello, perché la gente comune pensa di sapere. La madre preoccupata non lascia che il figlio intraprenda una carriera nel gioco elettronico competitivo perché “non è sano” e per lo stesso principio il CONI rifiuta i videogame come disciplina sportiva.

Dal quadro che se ne delinea si può comprendere l’assurdità della situazione da un lato e la necessità di informazione della società contemporanea a tema videogiochi. Perché ricordiamolo, gli stereotipi affondano le proprie radici nell’ignoranza, ed è proprio vincendo quest’ultima che essi possono essere debellati.

Il discorso intrapreso porta ad un inevitabile conclusione: è giunto il momento di promuovere una vera e propria videogame education. Bisogna rendere il gioco elettronico degno della nomea di sport. Spiegando a genitori, professori, ragazzi, appassionati e non che il videogioco può essere uno strumento competitivo con vantaggi e svantaggi come può esserlo il pallone da calcio.

Horizon Psytech, in collaborazione con ITeSPA, si è già mossa in questo senso, tentando di sensibilizzare l’ambiente attraverso interventi educativi costituiti sia da giornate informative (come quella tenuta all’ultima Games Week, che puoi trovare qui), che da pubblicazioni online (come ad esempio questo articolo sugli stereotipi che coinvolgono i videogiochi). Insomma, la guerra è ancora lunga, ma bisogna cominciare a battersi per la propria causa.

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