Qualsiasi videogiocatore appassionato conoscerà bene gli stereotipi che attanagliano il mondo dei suoi amati giochi elettronici. Violenza, isolamento, asocialità sono solo alcuni degli aspetti di cui la società si dice preoccupata. Temi di cui si è parlato forse fin troppo, e che il team di Psicologia dei Videogiochi si è occupato di smentire uno per volta. Tuttavia con la nascita degli sport elettronici, è nata una nuova figura di stereotipo. Anzi, diciamo che se ne è riadattata una vecchia al nuovo ambito in questione.

Qualche tempo fa sono uscito a cena con alcuni amici, e nello svolgersi della serata, ho iniziato a parlare del mio lavoro con gli sportivi elettronici. Non appena spiegato che, ad oggi, anche i videogiochi sono considerati uno sport, un amico (calciatore amatoriale) mi ferma e dice “immagino che sportivi…” con tono ironico e spocchioso. Sebbene l’uscita in questione sia tutt’altro che rilevante, riassume bene il pensiero comune: gli sport elettronici saranno anche stati riconosciuti in quanto sport effettivi (anche dal CONI), ma ciò non gli da l’autorevolezza di uno sport abituale in termini culturali e sociali. In altre parole, per la gente il videogiocatore professionista non è uno sportivo, è un nerd occhialuto e magrolino (per conformarsi allo stereotipo) che con lo sport centra ben poco.

Dunque come cambiare la percezione collettiva rispetto agli sportivi elettronici?

La prima iniziativa rilevante è sicuramente quella adottata da diverse squadre di club calcistiche come West Ham, Valencia, Schalke 04 e (in Italia) Sampdoria che hanno iniziato a ingaggiare giocatori di FIFA trasformandoli nei propri talenti privati. La seconda, più che degna di nota, è quella organizzata da EA Sport e League 1 per formare la prima lega ufficiale di FIFA affiliata ai club: la E-League 1. Queste iniziativa, oltre a creare “posti di lavoro” per gli sportivi elettronici, danno cognizione sociale e culturale alla figura dell’e-sportivo, attribuendogli autorevolezza.

In altre parole, iniziative come queste, oltre ad essere ottime mosse di marketing, legittimano il ruolo dello sportivo elettronico in quanto tale agli occhi della gente. Il giocatore di FIFA professionista, affiliato ad una squadra non è più un nerd che passa le giornate alla console, ma diventa uno sportivo di una squadra di calcio riconosciuta, come può essere la Sampdoria, che è tenuto a preparazioni di genere sia fisico che mentale.

Magari tali iniziative non saranno sufficienti a mutare totalmente i pregiudizi esistenti nella mente collettiva rispetto agli sportivi elettronici, ma sicuramente sono un primo passo verso l’accettazione di questi ultimi.

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